Blu Genziana


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Remigio Bertolino

MUSICA E LETTERATURA

Remigio Bertolino, insegnante elementare, nato a Montaldo Mondovì nel 1948. Vive a Vicoforte e ha iniziato a scrivere in dialetto piemontese negli anni Settanta con il racconto breve Mia mare (Mia madre). Ha pubblicato inoltre: L'eva d'ënvern (Era d'inverno o L'acqua d'inverno), 1986; Sbaluch (Splendore), 1989; Ël vos (Le voci), 2003; Stanse d'ënvern (Stanze d'inverno), 2006.
Presso la Calcografia Al Pozzo di Dogliani sono uscite le prose memorialistiche "Al ballo del tempo" e "Il maestro della montagna".
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"Quello che segue è un episodio della mia lunga esperienza di didattica che può far capire l'evoluzione della scuola, i grandi cambiamenti che ci sono stati nel secolo scorso, soprattutto nel campo delle sperimentazioni didattiche, ma ora tutto ciò sembra debba essere cancellato dalla visione miope e ristretta di chi detiene le redini del potere e dimostra scarsa sensibilità e propensione per il campo educativo così fondamentale per la formazione delle generazioni future.

Ero con i miei alunni in una conca verdeggiante oltre le ultime case del paese. Riversi nell'erba tenera di aprile, guardavamo nuvole di bambagia trascorrere come rivoli nell'acquamarina del cielo; i bianchi cirri erano i nostri maestri negli "haiku" che stavamo componendo. Ad un tratto, come portata dalla leggera brezza, avanzò verso di noi una figurina nera, un fascio d'erba sulle spalle ricurve. Era Rita, una vecchia contadina. Quando ci ebbe raggiunti, sostò a riprendere fiato e, stupita, vedendo i bambini agitare bianchi fogli come ali di farfalle, chiese che cosa stessimo facendo. Per lei, che aveva frequentato solo la terza elementare, con un maestro dallo sguardo di pietra e dalla bacchetta facile, era incomprensibile una lezione di poesia all'aperto. "Scriviamo poesie" disse una bambina con un sorriso solare "le poesie non si fanno; si imparano a memoria", ribattè la vecchia asciugandosi col dorso della mano la fronte gocciolante. Ne ricordava ancora una e, dopo lunga insistenza, ce la recitò tutta con voce cantilenante: narrava di un pennino che, troppo ingordo di inchiostro, aveva macchiato il foglio con gravi conseguenze per l'incauto alunno.
Poi fu la volta dei bambini che lessero le loro brevi composizioni mentre un usignolo cantava dalla boscaglia di gaggie, poco lontana. S'era creata come un' invisibile rete tra noi, la vecchia e l'usignolo che regalava i suoi gorgheggi ad un cielo di cicoria fiorita.

Infine, una poesia inedita sul vecchio modello di scuola, fine anni Cinquanta, quando il maestro o la maestra erano spesso temute arcigne figure che trasmettevano il sapere "ex cathedra" e non v'era alcuno stimolo verso forme di creatività, anzi, spesso, gli educatori si dimostravano ostili nei confronti della creazione fantastica; io che mi divertivo a scrivere filastrocche, dovevo farlo di nascosto, per non essere sorpreso in cose giudicate inutili e fuori."


VEJA SCOLA

Un cel ed legn nèj.
Dai veri
la fiòca ch' a se spòrza dal cuvert
am grigna -celest-
sensa che 'l maestro on vega…
La piuma a bèiva
a gorà 'd recit
endrinta ar caramà
e a scora sel feuj
lassand pèi dl'osel sla fiòca
trasse spalie del passè.

VECCHIA SCUOLA. Un cielo di travi nere./ dai vetri/ la neve che si sporge dal tetto/ mi sorride -azzurra-/ senza che il maestro se ne accorga…/ La penna beve/ a sorsi di scricciolo/ dentro il calamaio/ e scorre sul foglio/ lasciando come l'uccello sulla neve/ una pallida traccia del passare.


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